Fiera Nazionale del Tartufo Bianco d'Alba Tartufo Alba
 
 

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La degustazione

Una nota teoria recita che tutti gli esseri viventi compiono una determinata operazione solamente se da essa traggono un vantaggio. A questo punto, a noi, si pongono due domande a cui non è facile dare una risposta: perché mangiamo i tartufi e perché i tartufi si fanno mangiare. Cominciamo con il tentare una risposta al primo quesito. Volendo essere molto sintetici e altrettanto superficiali potremmo dire che facciamo onore ai tartufi durante le nostre libagioni perché la cosa ci procura piacere.

Un dietologo potrebbe sicuramente essere d’accordo con noi: non saranno certamente quei pochi grammi di proteine, grassi, glucidi ed elementi minerali pagati a peso d’oro a farci scegliere il prezioso tuber quale fonte alimentare.

Un sociologo potrebbe portare argomentazioni molto più complesse: la gente ordina tartufo al ristorante, lo consuma in casa con gli amici o lo regala perché attraverso un simile gesto comunica il suo status economico e culturale, si gratifica concedendosi qualcosa di prezioso o si appropria di un mezzo di conquista. Un economista potrebbe però obiettare che tutto questo ha senso solamente se si considera la preziosità del bene derivata dal rapporto tra domanda (molto elevata in parecchie economie avanzate) e la scarsità dell’offerta.

Allora occorre tornare un’altra volta alle origini per comprendere la molla sensoriale che ha fatto scattare l’universale voglia di tartufo. Il bandolo della matassa sta nel secondo quesito: perché il tuber si fa mangiare.

Provate a immaginare quell’ammasso ordinato di cellule avvolte su se stesse che vive nell’oscurità del terreno aggrappato alle radici di un albero al quale cede preziosi elementi minerali per avere in cambio glucidi, vale dire la sua fonte primaria di energia: come può ottemperare alla primaria regola del mondo dei viventi, insita in ogni patrimonio genetico, che comanda in modo perentorio a un individuo la conservazione e la propagazione della specie?

Esso non può ricorrere alla bellezza dei fiori, ne al palese aroma della frutta … ed ecco, superba raffinatezza, il ricorso al mezzo più potente: l’emissione di molecole capaci di propagarsi nel terreno o di affiorare in superficie per essere percepite da altri esseri viventi, in modo quasi sublimale da cani e maiali, sconvolgendone in qualche modo la mente in quanto strettamente apparentate con quelle di tipo sessuale!

Nel complesso aroma del tartufo vi è quindi racchiuso, in un codice chimico capace di passare inosservato alla censura della parte razionale del nostro cervello per finire direttamente al sistema limbico che governa le nostre emozioni e i nostri sentimenti, l’invito stesso alla vita.

E scusateci se è poco. Gli umani, pur avendo perso molta della sensibilità olfattiva tipica di altri mammiferi, dalle emissioni del tartufo vengono ugualmente irretiti e imparano ad amare un profumo, tutto sommato non molto elegante, attraverso un segnale che non percepiscono coscientemente, ma capace di esercitare un’attrazione fatale.

 

Tartufo in cucina

 
Ente Fiera